Feltri mette in guardia Meloni: «Non regaliamo Vannacci alla sinistra»

Il tema è il rapporto tra Roberto Vannacci e il centrodestra, in una fase in cui il generale viene sempre più percepito come un possibile elemento di rottura all’interno dell’area politica che sostiene Giorgia Meloni. Vittorio Feltri invita però la premier a non chiudere definitivamente la porta a Vannacci: lasciarlo fuori dalla coalizione potrebbe trasformarlo in un concorrente capace di sottrarre voti al centrodestra e, indirettamente, favorire la sinistra.

Il ragionamento di Feltri ha una sua logica politica, anche se contiene alcuni passaggi discutibili. La parte più convincente è quella in cui mette in guardia dal sottovalutare Vannacci o dal considerarlo soltanto un personaggio folcloristico. Se esiste un elettorato che si riconosce nelle sue posizioni, ridicolizzarlo o attaccarlo continuamente può finire per consolidare ulteriormente il rapporto con i suoi sostenitori.

Interessante anche la formula utilizzata da Feltri: «Chi è forte tratta». Il messaggio rivolto a Meloni è abbastanza chiaro. Proprio perché la presidente del Consiglio dispone di una forza politica nettamente superiore, potrebbe permettersi di cercare un’intesa senza apparire debole. In questa prospettiva, riportare Vannacci all’interno del perimetro del centrodestra consentirebbe anche di limitarne la capacità di sottrarre consensi alla coalizione.

È, in sostanza, una strategia molto pragmatica: meglio avere un alleato scomodo all’interno, dove può essere in qualche modo contenuto, piuttosto che un concorrente autonomo all’esterno.

Più debole, invece, sembra l’idea secondo cui lasciare Vannacci fuori significherebbe automaticamente consegnare un’“arma” alla sinistra. È vero che una divisione nel centrodestra potrebbe facilitare gli avversari, soprattutto in presenza di un sistema elettorale nel quale anche pochi punti possono risultare decisivi. Ma questo non significa che Vannacci diventi politicamente vicino a Schlein o che il suo elettorato possa trasferirsi verso il centrosinistra.

Il problema sarebbe soprattutto un altro: la frammentazione del voto a destra. Se Vannacci riuscisse a costruire una forza autonoma capace di raccogliere anche soltanto alcuni punti percentuali, potrebbe rendere più complicata la vittoria della coalizione guidata da Meloni. In questo senso il vantaggio per la sinistra sarebbe indiretto.

Nel ragionamento di Feltri emerge inoltre un’apparente contraddizione. Da una parte ridimensiona il peso parlamentare di Vannacci, ricordando che avrebbe soltanto pochi fedelissimi; dall’altra invita Meloni a trattarlo come un interlocutore da non sottovalutare. Le due cose, però, possono tranquillamente convivere: si può essere poco influenti in Parlamento ma avere una capacità elettorale sufficiente a creare un problema a una coalizione.

La chiave dell’intervento di Feltri, quindi, non sembra tanto una difesa politica di Vannacci quanto un consiglio strategico rivolto alla premier. Il messaggio è: non trasformarlo in un nemico definitivo, perché un Vannacci collocato dentro il centrodestra e costretto a mediare potrebbe essere meno pericoloso di un Vannacci libero di costruire uno spazio politico autonomo alla destra della coalizione.

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