Cruciani attacca Ranucci: “Ridicolo il suo vittimismo, i guai se li è procurati da solo”

Dura presa di posizione di Giuseppe Cruciani nei confronti di Sigfrido Ranucci, intervenuto a È sempre Cartabianca sulla vicenda che ha coinvolto il giornalista di Report e sul suo rapporto con Valter Lavitola. Cruciani respinge l’immagine di Ranucci come vittima degli eventi e sostiene invece che abbia contribuito personalmente a creare la situazione nella quale si è trovato, arrivando a definirlo «l’unico responsabile» e giudicando «ridicolo» il suo vittimismo.

Nella posizione di Cruciani c’è un punto sul quale è legittimo discutere, ma anche una conclusione che appare eccessivamente categorica. È certamente possibile interrogarsi sulle scelte compiute da Ranucci, sulle sue frequentazioni e sull’opportunità di avere un rapporto particolarmente stretto con una figura come Lavitola. Un giornalista, soprattutto quando ricopre un ruolo pubblico così importante, può essere sottoposto a critiche anche molto severe per le proprie valutazioni e per le persone alle quali decide di dare fiducia.

Da questo punto di vista, Cruciani pone una domanda che non dovrebbe essere liquidata semplicemente come un attacco personale: Ranucci ha commesso errori di valutazione nei rapporti che ha intrattenuto? È un interrogativo legittimo e può essere affrontato senza mettere in discussione il suo lavoro nel suo complesso.

Molto più discutibile il passaggio in cui Cruciani arriva a definirlo «l’unico responsabile di questa vicenda». Una cosa è sostenere che Ranucci sia stato imprudente, ingenuo o abbia scelto male alcune frequentazioni; un’altra è attribuirgli la responsabilità di tutto ciò che successivamente può essere accaduto.

Se qualcuno compie atti illeciti, minaccia, organizza iniziative contro un’altra persona o comunque oltrepassa la legalità, la responsabilità resta innanzitutto di chi quelle azioni le compie. Aver frequentato una determinata persona o essersi fidati di lei può rappresentare un errore di giudizio, ma non significa automaticamente essere responsabili delle sue eventuali condotte.

Anche l’accusa di «vittimismo» mi sembra quindi molto forte. Cruciani può contestare il modo in cui Ranucci racconta pubblicamente quanto accaduto e può ritenere che tenda a minimizzare le proprie responsabilità nelle scelte che hanno preceduto la vicenda. Ma per stabilire quanto Ranucci sia vittima e quanto abbia invece contribuito alla situazione bisogna distinguere attentamente i diversi piani.

La parte più interessante dell’intervento di Cruciani è proprio quella relativa alla responsabilità personale nelle frequentazioni. Chi svolge giornalismo investigativo deve inevitabilmente avere rapporti con fonti, intermediari e personaggi controversi, ma deve anche essere consapevole dei rischi che quei rapporti comportano. Su questo Ranucci può essere criticato e può essere chiamato a spiegare le proprie scelte.

Il salto logico arriva però quando dall’eventuale errore di valutazione si passa alla responsabilità totale. Dire «se l’è cercata» o «è l’unico responsabile» rischia infatti di confondere due questioni differenti: la prudenza di Ranucci nelle sue relazioni e la responsabilità di chi eventualmente abbia agito contro di lui.

Legittima la critica di Cruciani alle scelte di Ranucci e trovo giusto che anche il rapporto con Lavitola venga analizzato senza tabù. Ma l’affermazione secondo cui Ranucci sarebbe «l’unico responsabile» sembra troppo assoluta: si può essere responsabili di una scelta sbagliata senza diventare per questo responsabili anche delle azioni compiute dagli altri.

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