Il direttore di Limes critica la gestione americana della crisi con l’Iran: “Guerra preventiva, ma non si capisce cosa si dovesse prevenire”.
“Dice cose diverse a seconda dell’interlocutore”
Non usa mezzi termini Lucio Caracciolo nel commentare la strategia di Donald Trump sull’Iran. Ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7, il direttore di Limes ha tracciato un profilo severo del presidente americano.
“Aspettarsi la gravitas da Trump è eccessivo. Ama far casino, è sempre al telefono con i giornalisti”, ha osservato Caracciolo, sottolineando come il capo della Casa Bianca comunichi in modo disordinato e spesso contraddittorio. “Dice sempre cose diverse a chi gli capita. Se è camouflage è brillante, ma se è una strategia allora bisogna spiegare quale sia”.
Per l’analista, la difficoltà sta proprio nel comprendere la coerenza di fondo delle mosse americane in Medio Oriente.
“Non è una guerra mondiale, ma una terza guerra del Golfo”
Secondo Caracciolo, parlare di guerra mondiale è prematuro. Uno scenario globale presupporrebbe uno scontro diretto tra grandi potenze come Stati Uniti, Cina e Russia, ipotesi che al momento appare lontana.
Più concreto, invece, il rischio di un conflitto regionale destinato ad allargarsi, una “terza guerra del Golfo”. Il direttore di Limes definisce l’operazione americana “una guerra preventiva”, ma si interroga sulle motivazioni: “Non si capisce bene cosa si dovesse prevenire, perché per ammissione di Pentagono e Cia non c’era una minaccia imminente iraniana”.
Caracciolo ha ricordato anche i negoziati in corso, che secondo il ministro degli Esteri dell’Oman – indicato come mediatore – stavano producendo risultati. “È una guerra al buio in cui nessuno può fare previsioni a lungo termine”, ha concluso.
Mieli: “Netanyahu è comprensibile, Trump no”
Nel dibattito televisivo è intervenuto anche Paolo Mieli, che ha distinto la strategia di Benjamin Netanyahu da quella di Trump. “Quello che dice lui lo capisco, quello che dice Trump no”, ha affermato l’editorialista del Corriere della Sera.
Secondo Mieli, il premier israeliano agirebbe con una logica già vista dopo il 7 ottobre: colpire con precisione un obiettivo ritenuto responsabile e poi ritirarsi. Diverso, a suo giudizio, sarebbe l’approccio americano, che rischia di trasformarsi in un coinvolgimento prolungato senza una chiara via d’uscita.
Il confronto tra analisti riflette l’incertezza che accompagna l’evoluzione della crisi, mentre il quadro internazionale resta segnato da tensioni e scenari difficilmente prevedibili.