In un’intervista al Corriere della Sera, l’ex parlamentare ripercorre la crisi del 2013, la vita privata e il riavvicinamento a Giorgia Meloni.
Dalle notti romane alle stanze della politica, fino alla crisi personale ed economica seguita alla fine di Futuro e Libertà. Italo Bocchino si racconta in un’intervista al Corriere della Sera in occasione dell’uscita del libro “Giorgia, figlia del popolo”, in cui ripercorre la propria parabola politica e privata.
Bocchino ricorda il congresso di Fratelli d’Italia a Trieste del 2017 come un momento simbolico della svolta di Giorgia Meloni, ma anche come una fase in cui lui era ancora ai margini: “Mi consideravano un traditore”, spiega, riferendosi alla rottura tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. L’avvicinamento a FdI sarebbe avvenuto con cautela, fino all’iscrizione online nel 2018 e al messaggio inviato a Meloni. “Chi l’avrebbe mai detto?”, fu la risposta della leader. Dopo la vittoria elettorale del centrodestra, Bocchino si è detto disponibile “senza nulla chiedere”, rivendicando la scelta di non ambire a incarichi istituzionali.
Ampio spazio, nell’intervista, anche alla dimensione personale. Dopo la fine dell’esperienza parlamentare nel 2013, l’ex deputato racconta di aver attraversato un periodo difficile, segnato da problemi economici e da una fase di smarrimento. Tornato al Secolo d’Italia come redattore, si è trovato a gestire mutuo, alimenti e nuove spese. In quel periodo, racconta, sono state decisive le figlie, che lo hanno aiutato a riorganizzare la propria vita quotidiana.
Bocchino descrive anche una stagione fatta di relazioni sentimentali e di eccessi, tra serate, amicizie nel mondo dello spettacolo e un uso dell’alcol che definisce legato a una fase di crisi identitaria. “Da quando avevo 16 anni avevo costruito la mia identità sull’attività politica e non sapevo più chi fossi”, afferma, spiegando di aver intrapreso un percorso di psicanalisi.
Oggi, dice, la sua prospettiva è cambiata. Direttore editoriale del Secolo d’Italia e opinionista televisivo, esclude un ritorno in Parlamento: “Perché dovrei fare una cosa che mi diverte meno e guadagnare meno?”. La conclusione è netta: “Ho scoperto che è meglio essere al di là del potere che rincorrere il potere”.
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